
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
Qualche giorno fa un coachee mi descriveva in dettaglio il tipo di leader che intendeva diventare.
Denotando un alto livello di chiarezza e un grande lavoro preparatorio, mi elencava con dovizia di particolari le caratteristiche e le competenze che intendeva incarnare e padroneggiare, e per ognuna di esse aveva un modello, uno specifico riferimento da emulare.
Del tipo: “La comunicazione deve essere uguale a quella dell’Amministratore Delegato della mia azienda. Il modo di gestire i progetti, invece, identico a quello del Direttore R&D. La facilità a intessere relazioni voglio che sia quella del mio line manager. Eccetera.”
La chiarezza è positiva, in senso generale; il rischio qui è che trop de modèles, tue le modèle.
A mio avviso, può avere molto senso ispirarsi a una figura carismatica, a una persona che si reputa esemplare e che ci dia un senso di direzione. Ma spezzettare e personalizzare l’obiettivo, il goal in maniera eccessiva può diventare controproducente.
Controproducente perché distrae dalla definizione del PROPRIO, UNICO, PERSONALISSIMO modo di raggiungere l’obiettivo e controproducente perché alla lunga richiede livelli di attenzione, vigilanza ed energia troppo elevati o addirittura insostenibili.
Una cosa era Canova, che si narra avesse un repertorio di bozzetti di arti e parti del corpo da lui reputate perfette, che poteva poi assemblare e riprodurre con calma nel marmo, componendo figure di grande armonia. Figure perfette, ma morte. Altra cosa è osservarsi (ottimo!) e, ad ogni piè sospinto, domandarsi se X avrebbe risposto in quel modo, se poi Y avrebbe alzato la voce o sarebbe arrossito, se Z avrebbe avanzato delle ipotesi, con quali parole K sarebbe stato convincente. Diventa dispersivo: toglie il focus da ciò che veramente conta, ovvero il proprio processo di sviluppo e il rispetto della propria unica e irripetibile identità.
Avere numerosi modelli mette in secondo piano se stessi, non contribuendo ad alimentare quel senso di autostima e autoefficacia, curiosità e coraggio, analisi e sintesi che sono alla base dell’edificazione e dell’affermazione del proprio modo – certamente perfettibile, come tutto, d’altronde – di comunicare, incarnare un ruolo, comportarsi ed essere.
Non siamo dei puzzle. E soprattutto non possiamo essere puzzle composti da tessere di puzzle altrui.
Se penso a me, più passa il tempo e meno ricorro a modelli.
Nella sfera non professionale, di riferimenti ne ho: quando penso al ruolo dell’imprenditore, per esempio, ho un’idea chiara, reale, che mi piace molto di imprenditore etico, coraggioso, visionario, “umano”. Se penso a una sublime capacità artistica, penso a un mix tra Sorrentino, von Trier e Lobo Antunes (e un altro paio, che cito e ti nomino spesso). Se penso all’impegno civile e politico, penso sempre e soltanto, nell’ordine, a Massimo Bordin e Marco Pannella (quanto mi mancano!).
Ma se penso all’esercizio della mia professione di executive coach e di manager, nonostante accolga sempre con estremo piacere feedback e tracce di miglioramento, oggi non ho modelli né riferimenti specifici e precisi. Lì, seguo ininterrottamente un percorso personale, aggiungo ogni giorno perle alla mia collana, il cui filo è il senso di miglioramento ed efficacia, che nasce dalla mia auto-osservazione e dalla direzione che mi sono dato e che comunque assoggetto a verifiche. Certo: delle figure che stimo ci sono, provo piacere e nutrimento da un confronto con loro, ma non sono “modelli”.
Non do lezioni, non do consigli e non voglio parlarti della mia storia personale come di un esempio virtuoso a cui ispirarti, ma posso affermare che questo equilibrio non mi fa distrarre, mi fa restare concentrato sulle cose importanti e mi fa onorare me stesso.
Quali sono le tue considerazioni a riguardo?
Quali sono i tuoi modelli attuali?
In quali situazioni ti aiutano?
E in quali ti limitano?
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
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