
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
TRUMP 2
Stasera Donald John Trump si insedierà ufficialmente alla Casa Bianca, dando il via al suo secondo mandato presidenziale, dopo un’assenza di quattro anni. Un vortice di ricordi ed emozioni si agita in me al punto da decidere di sedermi in solitudine, per osservare quali mie parti interiori o Sé stiano reagendo a questo evento e soprattutto alle idee e ideologie che lo sottendono e sostengono.
Ancora una volta, la storia o la Storia – che dir si voglia – sembrano ripetersi e con esse riemerge in me una serie di emozioni contrastanti e di voci interne che si contendono il controllo. Sembrerà assurdo, ma il ricordo o shock che maggiormente è ravvivato in queste ore è legato a un risveglio nell’estate del 2016: a quel tempo trascorrevo almeno tre giorni a settimana in Abruzzo, scesi come al solito verso le 6 e mezzo a fare colazione e la grande televisione dell’hotel era accesa: “Breaking News: la Brexit si farà!”. Fu uno shock, che mi permise di affrontare qualche mese dopo la prima elezione di Trump con grande serenità; la Brexit mi aveva immunizzato, ampliando a dismisura la gamma di opzioni possibili, includendo anche quelle che avrei considerato appena pochi mesi prima fantastiche, assurde, distopiche. Pertanto, otto anni fa prevedevo che l’irrazionalità e la “pancia” avrebbero avuto il sopravvento su una proposta Democratica stantia e rivolta al passato e due mesi fa avrei persino scommesso sul secondo successo di Trump.
Torniamo a oggi e al mio lavoro di immersione, emersione e comprensione. La prima emozione è un profondo senso di tristezza, una tristezza che va oltre il semplice esito elettorale; è come se rappresentasse la perdita di qualcosa di fondamentale: fiducia, empatia, solidarietà, perfino speranza. La mia mente razionale si chiede: “È così grave? Al primo mandato cosa è mai successo di tanto catastrofico?”, ma la tristezza è legata a un altro e diverso livello, al modello che questa presidenza mette in primo piano e sbandiera al mondo intero, di fatto autorizzandolo.
La tristezza è controbilanciata dall’intervento della mia mente razionale, che fatica a comprendere l’intensità del mio triste sgomento, ricordandomi che le piaghe del razzismo, del suprematismo, del negazionismo c’erano, ci sono e ci saranno, indipendentemente da Donald Trump. Ma – come nel consueto gioco di specchi da salone di barbiere – vi è anche una parte razionale d’accordo con la mia risposta emotiva: questa elezione è come una lente d’ingrandimento su problemi che abbiamo evitato di affrontare di proposito per troppo tempo ed è, quindi, una chiamata a guardare in faccia ciò che ci rifiutiamo di vedere.
Ma non finisce qui: a ben guardare, c’è anche un’energia più giovane, più vulnerabile che desidera manifestarsi. Un bambino dentro di me confuso e spaventato, che si chiede: “Come è possibile che così tante persone abbiano votato per qualcuno che non sembra preoccuparsi delle persone come me?”; dove “come me” significa vulnerabile, che non si riconosce nella legge del più forte, che non è di fatto minimamente presa in considerazione sul piano imperante delle performance e del “cosiddettosuccesso”. Per questa parte di me, Trump e numerosi altri leader italiani, europei ed extraeuropei rappresentano un mondo che non la proteggerà mai, che non considererà mai opportuno e meno che mai prioritario un bisogno di sicurezza, armonia, pace e amore.
Ed ecco che anche l’attivista insito in me si attiva, con una voce e una reazione arrabbiate, fattive e determinate: bisogna agire, bisogna reagire, bisogna trovare modi per combattere l’ingiustizia, per far sentire la propria voce, che certamente è quella di una grande fetta della popolazione, nonostante, evidentemente, non della maggioranza di essa. Ecco, quindi, finalmente una parte attiva dopo tre passive o analitiche, la mia parte da Radicale, che mi spinge a fare, uscire, parlare, cercare contatti, creare spazi di dialogo e comprensione, che vuole costruire, nonostante le macerie.
Mi fermo qua, perché non avverto molto altro e il compito ora è trovare e mantenere un equilibrio tra queste voci, tra queste energie, dando uno spazio a ciascuna di esse, senza farmi sopraffare. Il bambino ha bisogno di essere rassicurato, il razionale deve trovare un senso, l’emotivo ha bisogno di esprimere il suo dolore e l’attivista deve incanalare la sua energia in azioni concrete. Non c’è giusto e sbagliato, non c’è parte opportuna e parte inadatta e sconveniente, non c’è serio e ridicolo, non c’è la seria reazione da cinquantenne e la ridicola da adolescente; bensì c’è il bisogno di riconoscere e gestire il dialogo interno con accoglienza e fermezza.
Anche se può apparire eccessivo o sdolcinato, ecco che la rielezione di Trump si può tramutare in un’opportunità per riflettere su chi siamo e su come vogliamo contribuire al mondo; un’opportunità – che molti reputano giusta, altri pericolosa – di riflessione e di ri-centratura.
Quali voci senti dentro di te in questo momento?
Cosa ti spingono a guardare e fare?
Ti invito a condividerle nei commenti e a esplorare insieme il Voice Dialogue.
Master Certified Coach MCC
Team Coach ACTC
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
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