
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
António Lobo Antunes…
Chi mi conosce sa che sono astemio, non fumo, bevo solo due caffè al giorno e, se posso, evito persino il paracetamolo. C’è un mio Sé dominante – che si manifesta in tante sfere della mia vita – che rifiuta la perdita di controllo: negli ambiti appena menzionati, di certo male non mi fa; in altri evidentemente mi limita e ci lavoro, nelle mie possibilità.
Ebbene, nonostante la mia morigeratezza, credo di sapere che effetti dia la crisi di astinenza: infatti, la provo da oltre vent’anni, quando arrivo al termine di un romanzo di António Lobo Antunes…
Prima ancora che Don Abbondio me lo domandi, gli rispondo: il nostro Carneade è uno psichiatra, proveniente da un’influente e numerosa famiglia dell’alta borghesia portoghese, che alcuni decenni fa ha abbandonato la medicina per dedicarsi senza sosta alla redazione, nel suo studio, in piedi, del suo romanzo. Unico romanzo, sì, anche se si sviluppa in oltre trenta “libri” diversi.
Lo stile narrativo di Lobo Antunes è complesso e sperimentale, spesso caratterizzato da lunghissime frasi intricate e da una narrazione non lineare, che egli ama definire “polifonica”. I suoi romanzi sono densi di monologhi interiori e di riflessioni sulla condizione umana, esplorando temi come la memoria, l’identità, la guerra, il sopruso, il potere, lo strisciante totalitarismo quotidiano, il tempo, la vita, la morte, il passato, il presente, la grandezza delle intenzioni e la bassezza delle loro espressioni, il ricchissimo mondo interno e la mediocrità del vivere di tanti suoi personaggi, la tenerezza, la dolcezza, l’incomunicabilità, i sentimenti, i rimpianti. E l’amore, quello incondizionato, metafisico… Eventi reali e immaginari, personaggi di ieri e di oggi – magari tornati bambini, adolescenti o giovani nella memoria – colloqui presenti e passati, inventati o magari rivissuti parola per parola anche dopo decenni, vortici di soggetti e vortici di Sé, di possibilità e riflessioni, momenti altissimi e vergogne, eroismi e mediocrità, tanta nostalgia, mille metafore, invenzioni linguistiche, flussi di coscienza… tutto ciò popola, affolla e sgomita nelle migliaia di pagine della Grande Opera di António Lobo Antunes.
Perché ti parlo, oggi, di António Lobo Antunes? Prima di tutto perché la sua produzione rappresenta un pezzo importante della mia vita e poi perché, quando si parla di flusso di coscienza, dialogo interiore, stream of consciousness, si parla di Voice Dialogue, sempre e per sempre.
António Lobo Antunes è, lo scrivevo all’inizio, uno psichiatria e mi piace immaginare che proprio durante la sua esperienza professionale presso l’Ospedale Miguel Bombarda di Lisbona (narrata in “Memória de Elefante”, testo del 1979, non ancora tradotto in italiano) abbia imparato a cogliere, ascoltare, onorare e rappresentare i tanti pensieri, sentimenti, emozioni, voci, motivazioni, Sé che necessariamente popolano il nostro dialogo interno, affratellando individui “sani” e “malati”.
Probabilmente ignaro del Voice Dialogue, di certo António Lobo Antunes de facto ne è l’aedo, offrendo al lettore un affresco dettagliatissimo, vivo, struggente e laico della complessità e della ricchezza dell’esperienza umana e un accesso diretto alle menti dei suoi personaggi, che immancabilmente si esprimono – come potrebbero fare diversamente? – in prima persona singolare.
Quando mi innamorai di lui? Dopo la “capata” per José Saramago, non potei non inciampare in “In culo al mondo” e tra quelle lettere stillanti sangue riconobbi e, al tempo stesso, compresi in profondità le mie lunghe chiacchierate giovanili con malati psichiatrici e tossicodipendenti di lungo corso, conosciuti durante il mio periodo da obiettore di coscienza e anche successivamente. Le mie capacità di ascolto si erano allenate con quelle maree di parole che sfidavano realtà e sogno, il prima, il durante e il dopo del flusso “standard” del tempo, che mischiavano con disinvoltura i soggetti narranti (talvolta persino inanimati), e di colpo, con stupore, ritrovai quel setting, quella complessità, quella ricchezza di sentimenti espressi senza pudori, calcoli e ritrosie su pagine odorose di inchiostro.
Per ciò che scrive, per il servizio che svolge, per il mio vissuto, per la mia sensibilità, per il Voice Dialogue… ecco perché, per me, António Lobo Antunes è senza dubbio il più grande narratore vivente!
E da anni mi domando persino che senso abbia continuare a fare narrativa dopo Lobo Antunes…
Contattami per sapere di più sul Voice Dialogue e su come tu possa beneficiarne.
P.S: Nella sua modestia, caratteristica del vero genio, António Lobo Antunes afferma di essere stato influenzato da Faulkner, Céline, Proust e dal Joyce dell’Ulisse, ma a mio avviso nessuno è mai riuscito così plasticamente e realisticamente a riprodurre la ricchissima vita interiore dell’Uomo moderno. Ad eccezione, forse, di un numero di pagine sovrannaturali di Faulkner (soprattutto del Faulkner de “L’urlo e il furore”, quando fa esprimere il demente Benjy), in cui il soggetto pensante porta con sé anche un suo proprio vocabolario, cosa che il nostro autore non vuole o non riesce a fare.
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
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