
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
La settimana scorsa ragionavo di diversità, uguaglianza, differenze e negazioni. Oggi parliamo ancora di identità, ma di genere.
Come trovo violento e subdolo il racial colour blindness, così trovo stupidamente inutile e inutilmente stupido l’uso dello schwa. Quella specie di “e” capovolta – ovvero il seguente simbolo fonetico: ə –, che dovrebbe sostituire le desinenze maschili e femminili, risolvendo definitivamente e gloriosamente l’annoso problema delle differenze e delle discriminazioni di genere.
Mediante l’uso dello schwa (anzi: dellə ə, per meglio dire), si realizzerà quel sogno di inclusione, che ci porterà di certo verso una società migliore, aperta, equa, plurale. Lə ə come novellə “Solə dell’Avvenirə”: bellissimə!
Perché tanto sarcasmo?
Partiamo da un ricordo: oltre vent’anni fa, lunghi monologhi (da lui definiti “riunioni”) di un capo del Personale con i neo assunti con potenziale. Discorsi tanto formalmente ineccepibili, quanto totalmente distaccati dalla realtà. Lui scriveva libri, teorizzava modelli organizzativi perfetti: un grande teorico, di teorie totalmente ignorate e inapplicate nella sua stessa organizzazione. A livello pratico, in azienda meno del 10% di dirigenti era donna, giusto per fornire un incontrovertibile dato di realtà e ricollegarci al tema di oggi.
E lui come parlava? Ogni – dico OGNI, CIASCUNO – aggettivo, articolo, participio, ogni suono o borborigmo che potesse essere declinato, veniva ripetuto due volte, prima al femminile e poi al maschile, accordandolo col relativo sostantivo. Qualche esempio? “Benvenute e benvenuti a tutte e a tutti”, “Stamane, le vedo e li vedo molto interessate e interessati …”, “Le nostre giovani laureate e i nostri giovani laureati da noi trovano …”
Un supplizio, una distrazione ininterrotta, un’attenzione che diventava maniacale e che, per giunta, era smentita dalla realtà.
Torniamo allə “ə”. Lo dice anche l’Accademia della Crusca: eliminando le desinenze, restano dei mucchi di lettere e pezzi di parole non più in relazione tra loro, svuotate di significato. Così come, mutatis mutandis, il negare le differenze annulla le persone, le storie e i significati di cui sono portatori e di certo non le include, così l’uso dello schwa non risolve un bel niente, ma crea confusione e imbarazzo, pur auto-assolvendo chi lo impiega.
Sono certo che molte persone utilizzano lo ə in buona, anzi in ottima fede. Penso a un mio splendido coachee e a due miei chiarissimi colleghi, per esempio. Ma il punto a cui sono molto sensibile non è formale, è sostanziale: sostituire “a”, “e”, “i”, “o” e “u” con “ə” significa semplificare, banalizzare, togliersi gli scrupoli, usare e farsi usare da un simbolo, archiviare una questione grave e seria con un semplice cambio di vocale, che – e questo è un altro tragico paradosso – non appartiene neanche a noi, alla nostra storia e al nostro alfabeto. Come dire: adottare una soluzione che non esiste. Lo stesso vale per l’asterisco e la “u” utilizzati allo stesso scopo, ovviamente.
Troppo facile. Ben altra cosa è impegnarsi a diffondere una consapevolezza di genere. Ben altra cosa è denunciare discriminazioni in atto, che da noi sono quotidiane e visibili. Ben altra cosa è approfondire. Ben altra cosa è aprire tavoli, dibattiti, ma non teorici: pratici! E non tra burocrati, politici, capi del Personale del tipo di quello citato poc’anzi, ma nella società, nelle scuole, con gli amici, i parenti, i colleghi.
E noi coach rappresentiamo senza alcun dubbio un modello di ruolo in questo contesto; basta ricordare che la bellissima e potentissima guida rappresentata dalle “ICF Core Competencies” culmina nella competenza denominata: “Facilitates client growth”. Una precisa responsabilità di noi coach a essere partner dei nostri coachee anche nell’integrazione delle nuove consapevolezze, delle intuizioni (insight) e degli apprendimenti nella loro rinnovata visione del mondo e nei loro nuovi comportamenti.
E chi come me non considera il coaching come un semplice mestiere, ma lo vive come un approccio generale alle relazioni, una forma mentis, ecco che questo impegno lo può e lo deve esplicare anche fuori dalla sessione di coaching, ovvero nella vita familiare, sociale, nel lavoro, nelle relazioni.
Delle volte sono pensante, me ne rendo conto … Allora chiudo con un po’ di leggerezza:
« Pe pe
Pe pe pe pe pe pe
Zazuera, zazuera.
A, e, i, o, u, ypsilon »
Lo vedi che neanche nella canzone c’è lo schwa?
Qual è il tuo punto di vista a riguardo?
Cosa pensi del mio?
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

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