
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
C’è una frase di Antonio Lobo Antunes, che lessi quasi vent’anni fa e che oggi avrei troppa difficoltà a ritrovare, data la sconfinata produzione dell’immenso narratore portoghese.
L’io narrante era stato convocato nell’ufficio di un aggressivo commissario della PIDE; sulla parete dietro questa figura così minacciosa, era appesa una foto invecchiata dal tempo e macchiata dalle deiezioni di mosche. Anni dopo, il protagonista ricorda l’episodio affermando: “ed io interessato alla macchia …”.
Da qualche giorno ci penso moltissimo e me ne chiedo il perché. Credo che abbia a che fare col fatto che sto rileggendo le poesie di Anna Achmàtova, che in più versi ci richiama anch’ella all’importanza dei dettagli, delle piccole cose, delle abitudini, dei prevedibili suoni familiari. Tutti elementi apparentemente minori, ma che compongono la nostra vita, che ci permettono di procedere anche quando alcuni dei nostri pilastri materiali o immateriali vengono meno e attraverso i quali i grandi disegni, le grandi aspirazioni, i grandi progetti appaiono. Così come il Sole, che si rende visibile grazie e attraverso il pulviscolo atmosferico. Così come i veri sentimenti profondi, che sanno di mele e non possono che sapere di mele. E così come l’oro, che invece non sa di nulla.
Ed ecco che mi ricollego a ciò che una netta maggioranza dei miei clienti di Transition Coaching mi riferisce.
La transizione è il processo di sviluppo del nostro futuro desiderato e della nostra nuova identità; mentre il cambiamento è una mutazione “esterna”, la transizione è un processo squisitamente interno, che talvolta è confuso col cambiamento, in quanto si accompagna, anticipa o è anticipato da esso. Ma si tratta di due fenomeni completamente distinti!
Secondo il modello “Transition Mastery” – sviluppato a quattro mani da me e Serenella Panaro –, la transizione è composta da quattro stadi: la fine della fase attuale, l’attraversamento di una zona neutra, a cui segue l’inizio della nuova fase di vita e, infine, l’embodiment.
Sia il primo che il secondo stadio sono spesso accompagnati da sgomento, paura, ripensamenti, in quanto si lascia un ciclo ormai stantio, privo di significato, frustrante, ma il nuovo non è ancora costruito. Il lasciar andare la fase precedente della nostra vita è complicato, ma l’attraversamento della zona di mezzo, neutra, sconosciuta, ancora amorfa, spesso rappresenta la prova più difficile, che respinge tanti indietro, se non opportunamente preparati o se non accompagnati da transition coach.
Bene, ciò che mi riferiscono tanti clienti è che nelle due fasi iniziali della transizione sono proprio i dettagli che li aiutano ad ancorarsi al loro fine ultimo e a visualizzare e costruire la prossima fase di vita. Non si effettua una transizione radicale per – che so – guadagnare di più o essere promossi a Direttori; in un tale contesto di performance, si cambierà azienda, ci si iscriverà ad un MBA o si contatteranno head hunter e career coach. Nella transizione no: la nuova identità, il nuovo futuro sono costruiti su valori profondi, che a loro volta alimentano bisogni. E in questo dominio evolutivo acquista un valore fondamentale e iconico un dettaglio, che per il coachee RAPPRESENTA il nuovo assetto di vita: una parola, un disegno (parlo di me), un’immagine specifica, una sensazione fisica…
Credo che ricordarcelo, in un periodo così teso verso performance, successo e visibilità, possa offrirci un punto di vista alternativo, meno ansioso e aggressivo, più semplice e vero.
Il miele selvatico sa di libertà,
la polvere del raggio di sole,
la bocca verginale di viola,
e l’oro di nulla.
La reseda sa d’acqua,
e l’amore di mela,
ma noi abbiamo appreso per sempre
che il sangue sa solo di sangue…
“Il miele selvatico sa di libertà”, 1933, Anna Achmàtova
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
La Transizione è il passaggio da uno stato all’altro, è cambiamento, trasformazione, evoluzione.
Inizia il tuo personale viaggio verso il cambiamento, la soddisfazione, il successo che meriti.
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