
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
La settimana scorsa ho avviato un percorso di Executive Coaching con il Country Manager Francia di una multinazionale di beni di largo consumo americana.
Durante il chemistry meeting, egli mi aveva illustrato lucidamente il suo contesto attuale e le sue ambizioni, collegate al bisogno – avvertito come impellente, improcrastinabile – di avvicinarsi al suo “nuovo se stesso” e ai suoi reali valori. Il suo obiettivo pratico è avviare una realtà imprenditoriale, partendo da zero: un cliente pienamente nel mio target, che si era mostrato molto energico, volitivo, persino adrenalinico.
Iniziamo la prima sessione e, alla domanda “cosa porti, oggi, in sessione?”, lui mi guarda stanco e risponde con un tono di disfatta: “L’insomnie!”.
Dopo un mio “dimmi di più” di prammatica, mi confida che ormai è un anno che non dorme: ovvero dorme tre, massimo quattro ore a notte, dopodiché si sveglia e non c’è più verso di riaddormentarsi. E, poi, l’odioso, inevitabile copione: stanchezza cronica, desiderio di dormire per tutto il giorno, sospensione di ogni attività serale e sociale non obbligatoria, malumori in casa, nervosismo, reattività … Il tutto amplificato dal suo senso del dovere, che interpreta come obbligo a non mostrare debolezze, così come, peraltro, aveva fatto durante il chemistry. Come dire: fatica doppia, tripla …
Perché ho parlato di “copione”? Perché è estremamente ricorrente che, quando una situazione ci diventa insostenibile, quando i picchi di stress non si smorzano, diventando troppo prolungati, quando l’insoddisfazione aumenta troppo, l’organismo ci lanci messaggi chiari, messaggi che ci indeboliscono, appesantiscono, talvolta sfiancano. E molto spesso i miei coachee mi riferiscono che questi messaggi si palesano o iniziano a palesarsi proprio attraverso l’alterazione del ciclo del sonno.
Ma la buona notizia è che la soluzione è suggerita dal sintomo stesso, è contenuta in esso; basta solo domandarci cosa ci tenga svegli.
Quali pensieri?
Quali visioni si impossessano della nostra mente?
Quali previsioni siamo indotti a fare?
Quale altro sentimento si accompagna all’insonnia?
Quali sogni sono diventati ricorrenti?
E quali non si ripetono più?
Partendo da queste risposte, da soli o – molto più efficacemente – accompagnati da un coach o da un facilitatore Voice Dialogue, si arriva a identificare specificamente le ragioni alla base del malessere. L’insonnia e le altre possibili manifestazioni psicosomatiche rappresentano non un nemico, ma un grande alleato nella comprensione di noi stessi. Alleato antipatico? Noioso? Invalidante? Invadente? Magari sì! Ma un alleato che facilmente possiamo accompagnare alla porta, se siamo pronti a intraprendere un percorso di conoscenza di noi stessi, di consapevolezza.
Nel caso specifico, già nel corso della prima sessione, il coachee ha avuto un insight, collegando l’impellenza della sua transizione professionale, la sua tendenza a procrastinare e proprio l’insonnia, per lui divenuta di colpo un pungolo a pianificare sin da subito il grande passo.
Se c’è qualcosa che ti tiene sveglio di notte, cosa è?
Quale messaggio ti sta comunicando?
Da quale condizione ti sta allontanando?
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
La Transizione è il passaggio da uno stato all’altro, è cambiamento, trasformazione, evoluzione.
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