
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
C’è una canzone di Leonard Cohen che amo moltissimo, che egli scrisse durante le fasi della separazione dalla moglie: “The gypsy’s wife”. Faccio notare che, a differenza di quanto si potrebbe prevedere dal titolo, la protagonista della canzone non è “la moglie del gitano”, bensì “my gypsy wife”, “la mia moglie-gitana”. Ancora una volta torna il termine “gypsy” nella poetica di Leonard Cohen, incarnando un insieme di Sé legati alla libertà, alla sensualità, all’espressione delle proprie pulsioni, al vagare alla (vana?) ricerca di una casa, di un domicilio stabile. Vale la pena ricordare, a tale proposito, i versi “I used to think I was some kind of gypsy boy, before I let you take me home” in “So long, Marianne”.
Nella prima scena di “The gypsy’s wife”, il marito sta cercando la moglie e non riesce ad accettare i verbali e le dichiarazioni appena letti, documenti crudi, che – pare inevitabilmente – suggellano la fine di un matrimonio. E lei? Sta già ballando, novella Giuditta, reggendo la testa del suo Oloferne; balla in un’aia, che ci ricorda quella di un accampamento di nomadi.
La seconda scena è ambientata in un vecchio e malandato bar, in cui sfrecciano coltelli, rappresentazione cinematografica di un contesto gitano, decadente, libero, pericoloso. Un fantasma in vestaglia da prima notte di nozze balla su un tavolo attirando con lascivia le attenzione degli astanti sul proprio corpo; l’io narrante – ormai ridotto a spettatore passivo – solleva le mani contro questa visione disturbante e si ritrova, suo malgrado, ad afferrare il bouquet da sposa, come in una beffa del destino. Sua moglie sta cercando di festeggiare il proprio secondo matrimonio, ma non si rende conto di essere diventata un fantasma e di essere comunque ancora legata a Cohen, al punto da lanciare proprio a lui il fascio di fiori. Come dire: il tempo è passato, si è invecchiati, il primo matrimonio è fallito, i legami – seppur mutati – restano; far finta che non sia così è come pensare di poter ripercorrere come un fantasma vecchie strade ormai morte.
Infine, la terza scena contiene il messaggio morale, universale. Finora si è molto ballato, si è tentato di festeggiare, senza essersi resi conto che non è ancora giunto il momento dell’arcobaleno, del sereno, della colomba, della pace. Ciò che attende i tre (non tre persone, ma due esseri umani e la loro relazione) protagonisti della canzone è l’Apocalisse, la fine, il buio, il diluvio, che li purificherà. “Non c’è nessuno – uomo o donna che sia – che possa non essere travolto [dalla vita, dagli errori, dal fallimento, aggiungo io]. Ma il terzo incomodo sarà giudicato”, afferma una voce fuori campo, che sembra essere in connessione con la Bibbia di Giuditta e dell’Apocalisse. E, per la quarta volta, torna il ritornello sconsolato e doloroso: “dov’è la mia moglie-gitana stanotte?”.
Questa un’interpretazione letterale, ma la gitanità potrebbe anche legittimamente simboleggiare non un nuovo rapporto sentimentale, ma l’errare tipico dell’Uomo alla ricerca di risposte, significati, scopo. Negli anni, le domande cambiano, i percorsi stessi cambiano e due persone ieri vicine oggi si possono ritrovare lontane e sconosciute. La gitanità, letta così, rappresenterebbe la vita, complicata, a volte violenta, imprevedibile, talvolta sanguinosa, con tutte le sue esperienze, le gioie e le difficoltà, gli scatti di vitalità e lo scoramento legato al non riuscire ad accettare la realtà (l’iniziale “I’ve heard all the wild reports, they can’t be right”). Ma tant’è, e non ci sono alternative al continuare a cercare, consapevoli ormai che il diluvio e l’oscurità sono inevitabili e che l’arcobaleno e la colomba seguono il diluvio e l’oscurità, non li precedono.
Perché ricorrere alla figura di Giuditta? A mio avviso, per rappresentare iconicamente quei Sé connessi alla sensualità, alla vitalità espressa, al fascino e alla vendetta, che in talune occasioni riescono a sconfiggere la razionalità, l’ordine costituito, il nemico, concetti rappresentati qui e spesso anche archetipicamente dal maschile. Mentre l’io narrante nelle prime due strofe resta ancorato a dei Sé logici, razionali, critici, per poi transustanziarsi in un’energia e una voce ieratiche e fuori dal tempo. Il dialogo o lotta tra queste polarità sono ben rappresentati nella scena del fantasma che balla sul tavolo del bar: il fantasma, seppur criticato e non credibile agli occhi di Cohen, ha ancora il potere di “agganciarlo”, lanciandogli il bouquet e chiudendo, in tal modo, il cerchio…
Chi vince? Nessuno, ovviamente: il guadagno non può che essere un più alto livello di consapevolezza, qui rappresentato dalla saggezza dei moniti contenuti nella strofa finale. Esattamente come al termine di una seduta di Voice Dialogue, in cui si ripercorre quanto vissuto e intervistato, a favore di un “Io cosciente”, che diventa sempre più consapevole, inclusivo, equilibrato e meno reattivo.
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Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

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L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

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