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IL DIALOGO
INTERNO
DEL COACHEE

IL DIALOGO INTERNO DEL COACHEE

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Nel post precedente abbiamo ragionato sull’importanza e sull’opportunità di sviscerare, nel corso delle sessioni di coaching, le barriere e i presumibili ostacoli che si incontreranno nella fase di implementazione del piano d’azioni.

Oggi mi voglio spingere oltre.

Qualche giorno fa, un coachee, nel bel mezzo della sessione, mi ha detto: “Gianfranco, nell’ipotizzare le eventuali soluzioni alternative, sta emergendo una parte di me, che in precedenza non si era fatta viva.”

Questo cliente – a cui sono molto legato – si avvia ormai verso la conclusione di un importante percorso di transition coaching, in cui il Voice Dialogue è stato utilizzato in più di una sessione.

Dico questo per spiegare la sua capacità di riconoscere in sé, ormai autonomamente, delle “parti”, sinonimi di “voci”, “Sé”, “energie”.

Torniamo a lui.

Nella fattispecie, qual era questa voce, a cui abbiamo poi prontamente concesso lo spazio che meritava?

Una parte di sé che sperava in uno schianto.

Che tifava per lo status quo.

Che attendeva un piccolo o grande fallimento, per poter affermare che il cambiamento non era necessario, che esso non rappresentava altro che un rischio inutile e ingiustificato.

Una parte che era persino disposta a fare un passo indietro per qualche mese, per poi riemergere, sorridendo sarcasticamente al primo inciampo o periodo di stanca.

Una transizione, un cambiamento radicale non possono non attivare sabotatori interni, giudici inflessibili, parti di noi che possono persino arrivare a gioire nell’umiliare il nostro anelito di trasformazione.

Ed è fondamentale farli esprimere, conoscerli, interrogarli.

Per, poi, riconoscerli.

Per conoscerci.

Per riconoscerceli.

Per gestirli.

Per crescere.

[Teniamo sempre presente che essi esistono e si manifestano perché, in passato, hanno svolto  un ruolo importante per noi.]

Alla loro esplorazione si può – anzi: si deve! – arrivare in modi sempre personalizzati, seguendo vari percorsi, talvolta imprevedibili.

La gestione di una transizione o di un “aggiornamento identitario”, un lavoro sull’essere non possono, a mio avviso, prescindere da un’attenta valutazione dei principali Sé, dei principali attori che sono presenti nel nostro personalissimo teatro interno, sia che lavorino a favore e contro il cambiamento stesso. 

Altrimenti è pura pianificazione di azioni, un lavoro sul fare, che spesso si estingue dopo appena alcuni mesi dalla conclusione del percorso di coaching, per tornare sui passi conosciuti.

E come fare?

Con domande che si rivolgano direttamente a quelle voci, non appena facciano capolino.

Domande che dimostrino grande rispetto.

E sincero interesse, senza moralismi, senza censure.

E così il coachee potrà, per esempio, comprendere cosa si nasconda dietro una contro-intuitiva attesa del proprio stesso fallimento.

O capire quale sia il giudizio che si teme e che si cerca di evitare.

E, da qui, cosa pianificare per poi procedere agilmente.

Ritagliati un momento tutto tuo e, concentrandoti su un tuo proposito, su un tuo progetto importante, domandati:

  • Cosa vorrei fare, ma non sto facendo?
  • Quale parte di me mi sta rallentando?
  • Cosa non ho detto finora, che avrei voluto dire?
  • Quale idea o pregiudizio mi sta facendo tacere?
  • Chi, dentro di me, sta agendo come un mio alleato?
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Gianfranco Nocilla

Gianfranco Nocilla

Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

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