
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
Per anni ho considerato “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino il mio film preferito in assoluto, prendendo il posto occupato in precedenza da “Bianca” nel decennio dei miei quindici/venticinque anni e, poi, da “Tutto su mia madre” per i successivi quindici.
Domenica l’ho rivisto per la quinta volta e “non ho provato ciò che provavo prima” (ricordate l’alba magica in collina? Ottimo, anche io, ma con l’articolo di oggi non c’entra niente). La cosa mi ha molto turbato e non dipende dal fatto che guardassi il film ancora una volta; in passato, ho visto “Bianca” e “Tutto su mia madre” così tante volte da conoscerne a memoria i dialoghi e ciò mai a detrimento della potenza dell’opera e della mia reazione emotiva ad essa.
No, si tratta di altro. Mi spiego meglio: non è che ora reputi “La grande bellezza” un film modesto, resta per me un’opera molto significativa, ma con estrema difficoltà ripeterei i commenti che ho, invece, pronunciato per anni. Tipo: “il più grande affresco sulla morte mai riportato sul grande schermo”, “film di una potenza introspettiva ineguagliabile”, eccetera.
Oggi, invece, penso che sia un ottimo film sì sulla morte, ma nel senso di vuoto, di resa, non di dipartita: una denuncia spietata sulla forma e sul contenuto delle relazioni, della vita, delle attese, della società, del potere contemporanei.
Della mia ennesima visione mi sono rimasti attaccati più l’eccesso felliniano, i momenti comici, i personaggi grotteschi, il fastidio provato durante la scena della performance artistica, lo squallore illustrato in tante scene e io, a questi terreni, aderisco molto poco. Resta, però, intaccata la mia grande attenzione verso la descrizione di un’irreversibile solitudine dell’Uomo, cui invece resto molto sensibile.
Ecco la domanda: cosa c’è alla base del mio, del tuo, del nostro cambiare punto di vista e, di conseguenza, giudizio?
Quando accade?
Da cosa dipende?
Qui la mia sensibilità, i miei studi e la mia deformazione professionale mi portano dritto al Voice Dialogue.
Forse la risposta risiede nel fatto che siamo composti da una moltitudine di parti o voci o energie (Franca Errani, grande divulgatrice ed esperta del Voice Dialogue a livello internazionale, a questo riguardo, usa una bellissima immagine: caleidoscopio interiore. Ti consiglio di leggere il suo irrinunciabile testo “Il caleidoscopio interiore”) e che quella che si sta manifestando in me maggiormente in questo periodo non è sintonizzata con ciò che mi colpiva prima, ma è bensì attenta agli aspetti che ho appena enumerato. È infastidita dagli eccessi formali. È attenta a cogliere nelle varie scene e nei vari dialoghi momenti di banalità e un senso di déjà-vu.
È una voce che vuole forse anche sminuire Sorrentino e la sua opera. Un’energia che, invece di commuoversi durante il funerale del ragazzo, si concentra sui denti della Santa e sulla palese falsità del Cardinale.
Un Sé giudicante e infastidito dalle cazzate e dalla falsità.
OK, ho chiarito apparentemente il sintomo. Ma occorre andare più in profondità: a quale mio bisogno risponde questa voce emersa così prepotentemente?
In cosa è utile, oggi?
In che modo mi protegge e aiuta?
In cosa, invece, non è funzionale?
Non ti do le risposte, perché non sono interessanti, riguardando me, ma te le giro: quando è stata l’ultima volta che ti è capitato di riascoltare una canzone, rivedere un film, riguardare un’opera d’arte e di provare qualcosa di completamente diverso rispetto al passato? Proprio come se fosse una nuova prima volta.
Quale parte in te ora è sollecitata?
Quale lo era prima?
A quale tuo bisogno la colleghi?
In cosa è utile?
In che modo ti protegge?
E in cosa ti limita?
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
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