
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
Durante le feste, ho voluto rileggere alcuni dei capitoli che avevo segnato come più significativi di “Incontri con uomini straordinari” e del superbo “Frammento di un insegnamento sconosciuto”, rispettivamente scritti da Georges Ivanovič Gurdjieff e Pëtr Dem’janovič Ouspensky. Le mie riflessioni più ricorrenti degli ultimi anni – amplificate dallo studio di Voice Dialogue e Psicosintesi – riguardano il vivere in uno stato di perenne reattività, condotti quasi unicamente da sollecitazioni, imperativi e condizionamenti esterni. Ciò mi ha evidentemente condotto dritto verso la rilettura dei testi dei due divulgatori appena menzionati.
Ciò a cui non mi abituo – nella vita quotidiana, come nell’esercizio del coaching – è la sensazione che la maggior parte degli esseri umani si muova attraverso la vita da anestetizzati, da narcotizzati, da addormentati, come affermava Gurdjieff, immersi in un sonno profondo che impedisce di sperimentare la vita in tutta la sua intensità, sorpresa e diversità.
Ma vivere addormentati non significa sottrarsi alla vita comunemente intesa, anzi! Ci si alza la mattina, si esce, si lavora, si progettano vacanze (magari a ripetizione), si partecipa ad aperitivi, magari stordendosi con dosi eccessive di alcool, fumo, dipendenze varie, gioco, sport, partner, sesso, socialità, fantasie… Tutto ci dà l’impressione di essere vivi e di essere al proprio massimo; è ovvio: l’adesione a un modello imposto dà per definizione l’impressione di “essere OK” e non di aver perso la libertà. Che invece si è persa e la si perde sempre di più fuggendo, mimetizzandosi.
Vivere addormentati significa essere il risultato reattivo di avvenimenti passati, di fantasie e preoccupazioni per il futuro, di strategie legate al presente, significa scivolare attraverso la vita senza consapevolezza, agendo in modo reattivo, prigionieri delle nostre abitudini, delle nostre paure, dei nostri pregiudizi, dei nostri ricordi. Quindi un non-vivere.
Tuttavia, c’è chi si sveglia da questo torpore, scegliendo consapevolmente di agire in modo intenzionale, consapevoli di ciò che accade dentro e fuori, non più schiavi delle circostanze o dei ricordi passati, liberi, liberi di scegliere non in reazione a qualcosa, ma come atto di pura consapevolezza. [Sì, le parole scegliere e consapevolezza sono state ripetute più volte, perché si trovano al centro di questo processo!] A questo proposito, ti voglio riportare un’espressione che amo molto, utilizzata da Daniel Lumera: vivere come “manifestazione intenzionale”.
In questo stato auspicabile di veglia, si “crea la realtà” con consapevolezza, plasmando il proprio destino con un atto appunto intenzionale di potere, che va al di là delle semplici reazioni agli eventi. La vita non è più una fantasia o un sogno da inseguire, ma un’opportunità da abbracciare e forgiare consapevolmente, intenzionalmente, rispettosamente e responsabilmente. A tutti gli effetti, una nuova prospettiva sulla vita, vissuta da protagonisti, sempre nei dovuti limiti del possibile e del proprio margine di azione.
Il viaggio dal sonno alla veglia e alla consapevolezza, questa meravigliosa e impegnativa transizione, è tutt’affatto personale e il coaching si propone come una delle metodologie più indicate per accelerarlo e renderlo stabile, anche grazie al suo peculiare approccio pragmatico verso la chiarezza e la consapevolezza. Sì, il coaching senza dubbio può aiutarci a risvegliarci!
“L’uomo è una macchina. tutto ciò che fa, tutte le sue azioni, tutte le sue parole, pensieri, sentimenti, convinzioni, opinioni, abitudini, sono i risultati di influenze e impressioni esterne. Per “fare” bisogna essere.”
Georges Ivanovič Gurdjieff
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

Fremont non solo è un delicato film sull’immigrazione, ma anche una descrizione cinematografica di un profondo percorso trasformativo attraverso competenze di coaching avanzate.
La Transizione è il passaggio da uno stato all’altro, è cambiamento, trasformazione, evoluzione.
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