
Che disgrazia l’AI!
Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.
Negli ultimi quindici giorni ho tenuto due workshop, il primo dal titolo “Il permesso nella maestria” per la comunità RIVELO di Serenella Panaro, PCC e il secondo intitolato “Il coaching sistemico” per ICF ITALIA.
Semplificando, nonostante le diversità, posso affermare che il macro-tema dei due eventi era comune: l’evoluzione del coaching verso una dimensione e una sensibilità sistemiche. E il mio messaggio, in sintesi, era: “il coaching o è sistemico o non è”. Ci credo molto e non si tratta per niente di uno slogan ad effetto, né di una provocazione.
Se penso al system thinking, per qualche motivo mi viene in mente un testo per me fondamentale, letto e approfondito in più versioni: l’Epopea di Gilgamesh. Verso la conclusione dell’opera, Gilgamesh è ormai stremato dal lungo viaggio e dalle tante prove superate ed è soprattutto sconvolto per la morte dell’amico Enkidu, suo alter-ego, suo complemento, sua ombra. Egli è scosso anche perché ha ben compreso di non poter raggiungere in nessun modo l’immortalità; eppure, quando gli viene comunicata l’esistenza di una pianta marina capace di donare l’eterna giovinezza, decide di non lasciare nulla di intentato. Ecco allora che Gilgamesh si tuffa negli abissi marini e sradica la pianta, ma un serpente gliela sottrae e se ne ciba, mutando subito pelle, a dimostrazione della raggiunta immortalità. Così, il grande Re di Uruk prende definitivamente atto della irrinunciabile finitezza della vita umana.
Già in questa maestosa epopea di oltre quattromila anni fa, la serpe diventa emblema di immortalità e ciclicità; magari sbaglio, ma sento che l’origine dell’uroboro è proprio in quel serpente anticamente descritto sull’argilla, con caratteri cuneiformi. Ebbene, eccoci al protagonista di oggi: l’uroboro è un simbolo presente da millenni in numerosissime culture, che lo raffigurano come un serpente o un drago che si mordono la coda, formando un anello. Tra gli innumerevoli significati che gli si possono attribuire, tre sono quelli che considero più strettamente connessi alla sua natura intrinsecamente sistemica:
In ambito più strettamente sistemico e costellativo, l’uroboro ben rappresenta il ciclo di interazioni all’interno dei sistemi familiari; e, aggiungo io, dei sistemi aziendali su un piano macro e dei sistemi individuali su un piano micro, pensandoci come una comunità di Sé (come ci insegnano Jung e il Voice Dialogue). Il concetto-chiave sottostante è il seguente: considerare il sistema – quale che sia – nella sua interezza, nelle sue interazioni, nei suoi scopi, piuttosto che concentrarsi unicamente o prioritariamente sugli elementi, sui problemi, sui “sintomi”.
Visto così, l’uroboro rappresenta la chiusura circolare delle dinamiche sistemiche, dove ogni nostra azione o interazione ha un impatto sul sistema nel suo insieme e influenza gli altri componenti del sistema in cui siamo immersi, creando un ciclo di interazioni costantemente rinnovato. Ciò, ovviamente, è anche alla base della creazione dei pattern, schemi di comportamento ripetitivi, che possono arrivare a propagarsi anche tra le generazioni.
Il nostro compito come coach sistemici è identificare i possibili pattern, riproporli ai nostri coachee e chiedere loro se questi schemi siano ancora funzionali, come quando vennero creati. Se la risposta è negativa, con le modalità proprie del coaching, il coachee individuerà pattern più aggiornati e funzionali e pianificherà le necessarie azioni per agirli.
Ecco perché, da sempre, l’uroboro, nella sua millenaria, evocativa pregnanza, è per me il simbolo per eccellenza dell’approccio sistemico.
Concludo citando Eraclito, che, in un’affermazione circolare come l’uroboro e che dà le vertigini, scrisse: “Tutte le cose sono Uno e Uno tutte le cose”…
Master Certified Coach
Executive & Transition Coach
Voice Dialogue Facilitator

Un’esplorazione dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul coaching professionale, tra opportunità evolutive, rischi etici e l’irriducibile valore della relazione umana.

L’intelligenza culturale è la capacità di muoversi con consapevolezza, rispetto e apertura nei contesti ad alta diversità, integrando le intelligenze multiple in un dialogo autentico con l’altro. In un mondo interconnesso ma ancora pieno di bias e incomprensioni, essa rappresenta una competenza trasformativa, essenziale per la comunicazione, la leadership e la co-creazione di relazioni sostenibili.

“Sopravvissuto”, “tradito”, “povero”, “depresso”…. Cambiando il linguaggio e scegliendo parole di possibilità, possiamo trasformare il nostro racconto di noi stessi, liberandoci da vecchie ferite e proiettandoci verso il futuro con maggiore resilienza e creatività.

La rielezione di Trump mi ha portato a riflettere sulle voci interiori che emergono in momenti di grande impatto: emozioni, razionalità, paure e desideri di azione.
Il Voice Dialogue ci aiuta a riconoscere e integrare queste parti, trovando equilibrio e consapevolezza.

“Love is the natural result”, dice Barry Johnson, ed è ciò che accade quando abbracciamo le polarità, trasformando tensioni in sinergie e disconnessioni in collaborazione. Ogni sistema, personale o organizzativo, trova forza nell’interconnessione e unicità, e attraverso il coaching sistemico e il Voice Dialogue possiamo scoprire insieme come creare armonia e crescita.

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